...Siamo
sicuri che la qualità dell'attuale informazione commerciale
giustifichi il suo prezzo? Quanti si rendono conto che l'industria
pubblicitaria non vende, come sembra, solo parole, suoni, immagini
senza peso, ma è un'industria pesante?... In Italia ogni
anno la pubblicità utilizza il venti per cento di tutta
la carta: 660 mila tonnellate, in buona parte importate, cioè
1300 tonnellate di legno; la pubblicità usa 2400 Gigawatt/ora,
cioè tanto quanto tutta l'industria che produce mezzi
di trasporto terrestri (auto, camion, treni), il doppio dell'industria
del abbigliamento, il quadruplo di quella tessile (stime dell'Istituto
di ricerche Ambiente Italia, Milano). Vedete, io sono di Genova
e mi chiedo sempre se non si possa spendere un pò meno.
E se la qualità giustifica il prezzo. A scuola mi hanno
insegnato che l'unica garanzia di chi compra è pagare,
è la legge della domanda e dell'offerta. Perché
l'informazione commerciale, giustamente paladina del libero
mercato, è la prima a non stare al gioco? Perché
vuol farmi continui regali, omaggi di tazze, caffettiere, supplementi,
libri? Perché mi regala tanta roba, ha qualcosa da nascondere?
Non si sente sicura della sua qualità? Perché,
in un mondo dove cadono muri e regimi autoritari, anche la pubblicità
non ha il coraggio di rinunciare a essere obbligatoria e a diventare
facoltativa? La mia libertà è pagare, ma a parte
la pubblicità. Un canale televisivo e uno radiofonico
potrebbero essere esclusivamente dedicati all'informazione commerciale,
sgomberando però gli altri canali. Ogni consumatore sarebbe
cosi libero di farsi da solo la sua quota di pubblicità.
I giornali dovrebbero raccogliere l'informazione commerciale
in appositi fascicoli separati, venduti in edicola al costo
reale. Ci penserebbe il mercato ad affermare i migliori. Perché
i manifesti, per esempio di marche di automobili, carta igienica
e sigarette, devono essere in ogni luogo, invece che in apposite
mostre con biglietto d'ingresso ragionevole? Perché le
trecentomila Lire che il consumatore paga ogni anno per l'informazione
commerciale (quota individuale del budget pubblicitario di diecimila
miliardi, diviso trentaquattro milioni di consumatori) devono
essere riscosse in anticipo, nascoste e non dichiarate nei prezzi
dei prodotti? Credo che la pubblicità beneficerebbe molto
dell'azione corroborante del mercato. Probabilmente la sua qualità
aumenterebbe di cento volte e la sua quantità diminuirebbe
di cento volte. Otterremmo più con meno. Che per un genovese
come me è il massimo.
Forse anche molte aziende e pubblicitari dovrebbero rendersi
conto che non solo i consumatori dell'Europa dell'Est, ma anche
quelli dell'Ovest, sono stufi di pagare prima, per ricevere
poi la minestra che passa il convento, uguale per tutti, cara
e salata. Da un tuffo nel libero mercato, la pubblicità
non ha niente da perdere. E' tutto da guadagnare.*
* Dal libro "tutto il grillo che conta"
- Ed. Feltrinelli 2006
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